ASSEMBLEA NAZIONALE DEI COORDINAMENTI – GENOVA 28.11.04.
RELAZIONE SUI LAVORI DEL TAVOLO TEMATICO SU
“REGIONALIZZAZIONE, TERRITORIALITA’ E VALUTAZIONE”
PREMESSA
Il contesto di riferimento per comprendere la tendenza verso la regionalizzazione è l’eccesso di capacità produttiva rispetto alla domanda effettiva che caratterizza l’attuale fase economica. In termini schematici ciò comporta, nel quadro della competizione globale per accaparrarsi la scarsa domanda esistente, anche la ricerca di “nuovi” mercati in cui investire, tra cui assumono un ruolo centrale quelli dell’istruzione, della sanità e della previdenza. Ma ciò significa destrutturare i servizi pubblici esistenti e rimettere in discussione la stessa concezione di “diritto sociale” all’istruzione, alla salute e alla pensione.
In questo quadro l’autonomia delle singole istituzioni scolastiche e l’aumento delle competenze legislative e amministrative delle Regioni contribuiscono, insieme ad altri fattori, a tracciare una linea di tendenza complessiva caratterizzata da: maggiore dipendenza dal mercato e potenziamento del ruolo delle imprese private nella formazione; assunzione da parte delle scuole pubbliche dei modelli organizzativi tipici delle imprese private; modifica delle finalità della scuola; frantumazione del sistema nazionale con conseguente esigenza di standardizzare dal centro il sistema, funzione che sarà assunta dal sistema nazionale di valutazione secondo il modello inglese.
In particolare, nei lavori del Tavolo abbiamo analizzato il ruolo assunto in questo quadro tendenziale dalla riforma del titolo V della Costituzione, dalla sperimentazione dei canali integrati di istruzione e formazione professionale, dal principio di sussidarietà insieme alla legge sulla parità scolastica e, infine, dal decreto legislativo sull’Invalsi.
LA TENDENZA IN ATTO
La riforma del titolo V della Costituzione, approvata dal centro-sinistra nel 2001 per la prima volta in più di 50 anni di storia repubblicana con la sola maggioranza assoluta e referendum confermativo, ha previsto, tra l’altro la competenza esclusiva delle Regioni in tema di istruzione e formazione professionale, il che significa che, fatta salva la definizione del livello minimo di prestazioni che deve essere garantito per tutti, solo le Regioni possono legiferare in questa materia. Di fatto, già qui troviamo il presupposto del sistema duale che caratterizza la Riforma Moratti: sistema dei licei statale separato dal sistema di istruzione e formazione professionale affidato alle Regioni. E, non a caso, la sperimentazione dei canali integrati è partita, pur in assenza dei decreti attuativi (e quindi in modo illegittimo), sulla base di Accordi tra MIUR e Regioni, sia di centro-destra che di centro-sinistra.
Inoltre, la sentenza 13/2004 della Corte Costituzionale sulla competenza ripartita tra Stato e Regioni in materia di “istruzione” sta spingendo le Regioni a rivendicare competenze in materia di programmazione, gestione e indirizzi delle risorse scolastiche con riferimento a tutto il sistema di istruzione (distribuzione del personale, delle istituzioni… a livello infraregionale).
E’ evidente il rischio di frantumazione del sistema almeno dell’istruzione professionale in 20 sistemi scolastici regionali. Tale frantumazione si allargherebbe ulteriormente a tutto il sistema di istruzione se fosse approvato il d.d.l. cost. sulla devolution, che prevede un’ulteriore estensione della competenza esclusiva delle Regioni in tema di organizzazione e gestione degli istituti scolastici, definizione della parte di programmi scolastici di interesse specifico delle Regioni, oltre alla già prevista competenza in tema di istruzione e formazione professionale.
La sperimentazione dei canali integrati di istruzione e formazione professionale è in atto dal 2002-03 nelle Regioni di centrodestra e dal 2003-04 in quelle di centrosinistra con estensione, in taluni casi (per es. in Toscana da quest’anno) anche agli Istituti tecnici e ai Licei. I governi regionali di centro-sinistra la presentano come uno strumento per integrare ciò che la Riforma divide e per combattere la dispersione scolastica. In realtà, come ogni docente sa bene, i passaggi reali saranno solo dal sistema dei Licei e dall’istruzione tecnica verso la formazione professionale, con una consistente deportazione di studenti precocemente selezionati verso la FP. Per capirne il senso va ricordato che: in Emilia Romagna il 92% della FP è gestita da imprese private; in Sardegna nel 2003 più del 50% delle nuove imprese private sono state agenzie formative; la sperimentazione toscana prevede l’obbligo della presenza nei consorzi e nella gestione dei canali integrati delle agenzie private, che gestiscono la formazione della maggior parte delle 180 ore all’anno sottratte all’orario curricolare. Già qui e ora il mercato della formazione si sta privatizzando!
Non si tratta, inoltre, di combattere la dispersione, ma di occultarla: un numero consistente di studenti selezionati già nella classe prima esce comunque dal sistema nazionale di istruzione!
I canali integrati, sottraendo per es. nella sperimentazione toscana 180 ore all’anno all’orario curricolare di lezione, rischiano al contrario di incrementare la dispersione scolastica, aumentando le difficoltà degli studenti più deboli, salvo un ulteriore abbassamento dei livelli, sia in termini di conoscenze che di sviluppo delle capacità logiche, con conseguente dequalificazione della scuola pubblica.
In ogni caso, si tratta di un’anticipazione della Riforma Moratti: possiamo sostenere tutto il bene o il male possibile di questa sperimentazione, ma non è onesto intellettualmente contrapporla alla Riforma, che ha tra i propri obiettivi centrali la valorizzazione dei “migliori” e la precoce selezione degli studenti da avviare al lavoro, con il conseguente potenziamento del sistema della formazione professionale, che è lo stesso obiettivo della sperimentazione. Inoltre, le scuole che aderiscono sono usate sul mercato politico e mediatico come scuole “pro-Riforma”, in una situazione in cui il processo riformatore è ben lontano dall’essere completato e incontra resistenza ed opposizione nelle scuole e nella società. Infine, i docenti “liberati” dall’insegnamento per le 180 ore di cui sopra fin quando siamo in una fase sperimentale restano “a disposizione, ma presumibilmente “a regime” diventeranno “ docenti soprannumerari”, per i quali una recente innovazione legislativa prevede la licenziabilità in due anni: anche per questo aspetto la Riforma si autofinanzia!
Infine, anche la sperimentazione dell’alternanza scuola-lavoro, avviata da questo anno scolastico, in mancanza dell’approvazione definitiva del relativo decreto, conferisce un ruolo formativo diretto alle imprese private (anche quelle che non agiscono direttamente nel mercato dell’istruzione): per l’intero periodo dai 15 ai 18 anni tutti gli studenti, sia dei Licei che dell’istruzione e formazione professionale, sia i “bravi” che i meno bravi, dovranno all’interno dell’orario curricolare, alternare la scuola con il lavoro e la formazione in azienda, con relativa riduzione del tempo scuola. In entrambi i casi di sperimentazione si utilizza il 15% di flessibilità previsto dal Regolamento sull’autonomia, il che chiarisce in buona parte l’uso effettivo di questo istituto.
Il principio di sussidarietà orizzontale previsto dal nuovo art. 118 della Costituzione (gli enti pubblici possono intervenire solo se il mercato non è capace di garantire la produzione del bene o del servizio) è stato già applicato alla scuola dalla legge sulla parità scolastica di berlingueriana memoria, che prevede il “sistema pubblico integrato di istruzione”: scuole statali, scuole private paritarie e formazione professionale possono garantire, in regime di concorrenza, il servizio di istruzione. La filosofia di questa legge è che il diritto all’istruzione possa essere garantito indifferentemente da una scuola statale, in cui è garantito il pluralismo, da una scuola privata “di tendenza” o che punti al profitto, dalla FP appaltata prevalentemente ai privati. Per dirla con il vecchio Deng: “Non è importante che il gatto sia bianco o nero: basta che mangi il topo”! In realtà lo strumento usato non è per niente indifferente: il mezzo usato cambia chi lo usa e determina il fine che si persegue. Un sistema di questo tipo è più funzionale alla produzione di forza lavoro come merce flessibile che alla formazione di cittadini e di lavoratori consapevoli e critici.
Tutta questa frantumazione ha bisogno di un fattore di standardizzazione: questo è il nuovo ruolo affidato all’Invalsi, così come configurato dal decreto legislativo recentemente approvato. Compito principale dell’Invalsi è la verifica annuale dei risultati degli studenti e delle singole istituzioni scolastiche, che produrrà un forte spinta a standardizzare contenuti, tempi e metodi didattici, azzerando la diversità dei tempi e dei contesti. Ciò significherà una drastica riduzione del pluralismo e della democrazia, direzione in cui operano anche le varie ipotesi di gerarchizzazione dei docenti: dalla trattativa sul tutor al d.d.l. sullo stato giuridico dei docenti, alla proposta di carriera dei docenti della Commissione Aran-sindacati firmatari prevista dall’art. 22 del CCNL.
Già nelle sperimentazioni del sistema nazionale di valutazione degli anni passati si è potuto verificare come questo strumento sia molto più efficace delle leggi e delle circolari: il docente che non ha svolto ancora un determinato argomento per scelta didattica o per rispetto dei tempi diversi dei suoi studenti, vedendo i risultati negativi ai test, l’anno successivo adatta il suo percorso ai test, indipendentemente da ogni altra considerazione. L’esperienza inglese insegna che lo sbocco di questa tendenza è rafforzare la standardizzazione con un sistema di premi e incentivi economici al singolo insegnante (stipendi differenziati) e alla singola scuola (finanziamenti statali differenziati), in base ai rispettivi risultati ai test. In Inghilterra già dai 7 agli 11 anni i bambini sono sottoposti ai test e vivono una forte ansia da prestazione, per effetto delle forti pressioni che subiscono dai loro docenti. I test, infine, misurando prevalentemente l’acquisizione di nozioni, spingono verso una formazione orientata al nozionismo e non allo sviluppo di capacità analitiche.
Significativamente la struttura dell’Invalsi ne fa un ente fortemente dipendente dal Governo, che sceglie il Presidente, 4 membri su 6 del Consiglio direttivo, il Comitato di controllo contabile (lo stesso soggetto designa sia i controllati che i controllori nella migliore tradizione berlusconiana!), definisce le “priorità strategiche” e le “linee di tendenza” e approva i regolamenti interni!
COME PROVARE AD INVERTIRE LA TENDENZA?
In primo luogo, è prioritario un recupero forte della I° parte della Costituzione, rispetto alla quale le innovazioni sopra richiamate configurano una vera e propria “frattura costituzionale”. In breve:
il diritto all’istruzione è fondamentale per garantire l’uguaglianza e la democrazia sostanziale prevista dall’art. 3 2° c.;
per questo l’art. 33 assegna un ruolo prioritario alla scuola statale (con l’obbligo di istituire scuole “statali” di ogni ordine e grado), in quanto l’unica capace di garantire il pluralismo e la democrazia;
per questo la Costituzione prevede le scuole private, ma “senza oneri per lo Stato” in modo da spingere consapevolmente per la scelta della scuola statale;
di conseguenza le scuole private e la formazione professionale regionale devono avere un ruolo aggiuntivo e non sostitutivo rispetto alla scuola statale;
per tutto questo la Costituzione parla di “obbligo scolastico” e non di “servizio a domanda”: l’istruzione non è una merce sul cui acquisto possono decidere i consumatori!
In concreto, il recupero di questi principi comporta per il movimento l’assunzione dei seguenti obiettivi di mobilitazione per “la scuola che vogliamo”:
estensione dell’obbligo scolastico a 18 anni;
formazione professionale dopo l’obbligo scolastico a 18 anni;
abrogazione della legge sulla parità scolastica.
Infine, una nota sulla didattica e sulla dispersione.
Le scuole sono state inondate nell’ultimo decennio dalla moda della “didattica modulare”, di cui la formazione professionale ha fatto sempre largo uso e che deriva direttamente dalla formazione aziendale. Si tratta di una modalità didattica che punta ad una rapida assimilazione delle conoscenze, che vengono segmentate in tanti piccoli “moduli”, smontabili e rimontabili a seconda delle esigenze con verifiche immediate su ognuno di essi. Il sapere viene così diviso in tanti segmenti come in uno “spezzatino” disciplinare che fa perdere i nessi fra gli argomenti e, soprattutto, la visione globale dei fenomeni. Sono funzionali a questo metodo lo stesso sistema dei crediti e debiti (ogni pezzetto può essere accreditato o addebitato indipendentemente dal contesto complessivo in cui si colloca) e anche il rifiuto di far ripetere lo studio di epoche storiche in fasi diverse della vita scolastica di uno studente (che può collocare in un contesto di volta in volta più ampio ciò che ha studiato in precedenza)
Anche qui l’obiettivo è quello di produrre lavoratori che devono “saper fare” segmenti specifici e sempre nuovi della produzione, senza porsi l’obiettivo di capire il perchè, lo scopo e il senso complessivo di ciò che stanno facendo.
Al contrario, lo specifico ruolo formativo della scuola deve esser quello di sviluppare negli studenti una visione globale dei fenomeni, di volta in volta più ampia e complessa. “A cosa serve la scuola se non a far comprendere i nessi?” si chiedeva Lidia Menapace al Forum sulla “Scuola che vogliamo” tenutosi il 27.11.04 al Palazzo Ducale di Genova.
Volendo trasformare tutto questo in uno slogan, da aggiungere ai 3 obiettivi richiamati sopra, si potrebbe dire che siamo…
“contro la didattica dello spezzatino e per una didattica dei nessi logici”
Infine, l’alta dispersione scolastica costituisce effettivamente il problema della scuola superiore in Italia, ma la soluzione non può esser né la fuoriuscita dal sistema nazionale di istruzione, né la dequalificazione della scuola. Su questo tema la discussione è tutta da sviluppare, ma vi è la consapevolezza diffusa che i due problemi principali siano costituiti dal continuo innalzamento degli alunni per classe (nelle prime di 28 – 30 alunni è più difficile seguire in modo individualizzato gli studenti più deboli) e dalla mancanza di una collegialità effettiva tra i docenti delle scuole medie e, soprattutto, delle superiori. Lo studente si trova spesso di fronte ad una sommatoria di corsi individuali, senza approcci unitari, con un forte effetto dispersivo, che inevitabilmente produce conseguenze negative per gli studenti che hanno più difficoltà. Ma la mancanza di collegialità è a sua volta dovuta a cause strutturali, che attengono alla formazione dei docenti e alla tradizione universitaria, che non possono essere affrontate senza un serio investimento nella scuola.
Rino Capasso