Aspettando l'autunno precario

 

GIUSEPPE ALLEGRI

 

Nell'affollato presidio di ieri mattina alla Sapienza di Roma sembrava di esser tornati alla scorsa primavera, quando il timido movimento contro il ddl Moratti cominciava a prendere le mosse. In contemporanea - e non a caso - si svolgeva una riunione del senato accademico. Il progetto morattiano di riforma dello stato giuridico dei docenti, liberatosi dalle paludi in cui lo aveva inabissato il ministro Tremonti, appare ora in dirittura di arrivo, benché destinato a tornare a Montecitorio solo in novembre. Nel frattempo quel movimento di contestazione ha perso visibilità, e ha faticosamente traversato l'estate provando a lavorare per minare il consenso intorno alla riforma.

 

Ma come è stato più volte sottolineato sulle pagine de il manifesto, la nostra università sembra avvitarsi - da almeno un quindicennio - in un circolo vizioso di riforme e riforme delle riforme le cui spese vengono pagate dai soggetti più deboli della catena formativa. Gli studenti - che arrancano spaesati nel mercato dei mille crediti e degli infiniti microinsegnamenti - e la forza lavoro precaria della ricerca, sottoposta a un'ormai cronica instabilità lavorativa, di studio ed esistenziale che si protrae fin oltre i 40 anni.

 

Entrambi i poli si dividono equamente la responsabilità di questo gioco al massacro del sistema formativo universitario. Se dal punto di vista della rappresentanza istituzionale ciò rende privo di sponde il movimento, dall'altra dovrebbe rendergli la vita più facile. Infatti potrebbe essere questa la condizione ideale per rimettere in discussione il sistema universitario. Purché il (rinato?) movimento non indugi in atteggiamenti resistenziali e sappia tenere insieme ricerca, saperi e didattica, stringendo alleanze con quelle generazioni più giovani che intendono riappropriarsi del proprio destino, affrancandosi da precarietà e ricattabilità. In questo senso appare confortante la partecipazione maggioritaria e propositiva al presidio romano.

 

Al contempo le soggettività che contribuiscono alla Rete Nazionale dei Ricercatori Precari (www.ricercatoriprecari.org) hanno avviato tavoli di confronto con la controparte accademica (Bologna, Cosenza, Milano, etc.) per contrastare dal basso la precarietà della ricerca. E per proporre meccanismi di diffusione e riproducibilità capillare di queste forme di auto-organizzazione. Ciò potrebbe incidere sulla possibilità di far rivivere le università come nuovi spazi pubblici di pensiero critico e pratiche conflittuali. Servirebbe allo stesso tempo come monito nei confronti di una sinistra istituzionale (moderata e sedicente alternativa) che in ambito universitario è stata la prima forza motrice del processo di involuzione della ricerca e formazione.

 

In questa grigia congiuntura, a voler essere ottimisti, i sindacati potrebbero rappresentare l'unica realistica sponda, qualora riuscissero a evitare le accattivanti sirene concertative confindustriali. In ogni caso le poche (ma si spera vitali) forze che continuano a mobilitarsi dovrebbero prendere l'iniziativa per una giornata nazionale di mobilitazione congiunta di tutti i settori della formazione e ricerca (dagli asili nido alle università) per rifiutare definitivamente le riforme morattiane.

 

Allo stesso tempo rimane all'ordine del giorno la questione della precarietà sociale diffusa del lavoro cognitivo e non solo: è l'altro campo di mobilitazione e di vertenze quotidiane (locali, nazionali e continentali dato per decisivo il livello europeo di lotte per l'affermazione di un nuovo modello sociale) in cui resiste ancora in ballo l'apertura di un autunno precario. Va intanto registrato che qualcosa - magari di piccolo, occasionale, a tratti invisibile - continua a lavorare per cambiare l'ordine esistente delle cose .

 

dal quotidiano " Il manifesto" del 8 ottobre 2004

 


Scheda

Punto per punto. Il disegno di legge Moratti

 

L'autonomia degli atenei E' tra i pochi, scarni, risultati di principio ottenuti dalla protesta della primavera scorsa. L'università - definita «sede della formazione e della trasmissione critica del sapere» - si conferma luogo deputato a coniugare ricerca e didattica di cui il ministero si impegna a garantire completa libertà anche tramite un «piano programmatico di investimenti» da concordare con la Crui e il parlamento.

Nuovi criteri per la valutazione

 

E' il prezzo pagato all'autonomia, la sua contropartita. I finanziamenti pubblici e privati destinati all'università - sinora erogati essenzialmente in base al numero degli iscritti - verranno invece stabiliti secondo criteri di «qualità, competenza, merito, «attrattività, utilità sociale» e, soprattutto, «competitività» verificati in un «apposito sistema nazionale» che «tenga conto» delle valutazioni fatte dalle singole università.

Il concorso nazionale

 

Verrà bandito annualmente, dal ministero dell'università e della ricerca, solo su base nazionale. La durata dell'idoneità scientifica non sarà superiore ai cinque anni e dal listone nazionale le università potranno «pescare» gli idonei secondo propri regolamenti. La procedura avrebbe come obiettivo quello di sconfiggere il baronato accademico.

La precarizzazione

In base al nuovo ddl, le università potranno stipulare contratti di lavoro a tempo determinato rinnovabili per non più di tre anni continuativi e che, nelle università statali, potrebbero costituire sino al 50% del numero complessivo dei contratti. Gli stipendi dei «precari» sono a carico degli atenei medesimi. Accordi a tempo determinato anche per chi - possessore di laurea specialistica o studioso in possesso di qualificazione scientifica adeguata - venga chiamato a svolgere attività di ricerca e di didattica integrativa.

Professori part-time

Abolita la distinzione tra professori a tempo pieno e tempo parziale. L'attività minima, pagata con stipendio fisso è di 350 ore di lavoro annue, di cui 120 di didattica in aula.

Al via le cattedre private

Le università avranno la possibilità di realizzare specifici programmi di ricerca sulla base di convenzioni con imprese, fondazioni, soggetti pubblici o privati. E' possibile l'istituzione per tre anni di posti di docente di prima fascia il cui onere finanziario sarà a carico dei committenti.

 

Aboliti i ricercatori di ruolo

E' questo il vero nodo della protesta. La loro posizione viene trasformata in «ruolo ad esaurimento». A quelli oggi in servizio sarebbe attribuito il titolo - poco più che formale - di professore aggiunto. Resta immutato il loro stato giuridico ed economico.